Libri – I procedimenti minorili, di Claudio De Angelis

L’ampiezza e l’articolazione complessa del volume di Claudio de Angelis (PP. 621 Per le edizioni Giuffrè Francis Lefebvre) non deve spaventare. L’Autore conduce per mano il lettore nel fitto ginepraio dei procedimenti minorili, caratterizzati da una molteplicità di fonti, di riti, di giudici e altri soggetti dentro e fuori dal processo, con una prosa chiara, articolata ma mai confusa o contorta, pure in una materia in cui contorsionismi e confusioni nelle prassi sono piuttosto diffusi.

Quasi da provetto sciatore che in uno slalom tra paletti ed ostacoli riesce ad arrivare al traguardo di un percorso senza cadute e nei tempi minimi, Claudio de Angelis riesce a superare con eleganza espositiva i continui ostacoli che l’irrazionalità del sistema propone, evitando gli inciampi di una situazione normativa in cui la frantumazione delle competenze tra diversi giudici e la polverizzazione dei riti comportano in sé il rischio di contraddire proprio quei principi essenziali che vedono nella ragionevole durata di un “processo giusto” la tutela di the best interest of the child.

Dal 1999, anno della riforma costituzionale del giusto processo, e dalla seguente riforma dei procedimenti minorili nel 2001 con la l. 149, la situazione normativa in punto di rito è rimasta più o meno cristallizzata, a parte l’infelice riforma dell’art. 38 disp. att. c.c. (l. 219/2012) che tanti problemi anche praticamente comporta. E’ della giurisprudenza il merito di un demiurgico compito titanico di ricondurre a sistema un quadro complesso e contraddittorio che ha visto la persona di età minore e la necessità della prioritaria tutela dei suoi diritti sempre più al centro del sistema.

L’apparato normativo, come si diceva, è composito e contraddittorio: eppure l’Autore lo maneggia con maestria, facendo apparire semplice, ma mai banale, ciò che semplice non è. Il volume costituisce quindi anche un’ottima guida operativa per gli addetti ai lavori e in particolare per gli avvocati, anche di quelli esperti del settore, per la vastità degli argomenti o meglio per la varietà dei procedimenti trattati che riguardano le persone di età minore. Si tratta infatti di una giungla intricata, nella quale è spesso difficile per coloro che esercitano la professione forense inquadrare le fattispecie esistenziali complesse che i propri Assistiti, spesso in modo confuso -nonchè altrettanto spesso in modo altrettanto rancoroso e rivendicativo- direi quasi “rovesciano” sul tavolo degli avvocati.

Ma ancor prima il volume, dando ragione dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale, costituisce una bussola per la stessa difesa, del metodo con cui deve essere esercitata nei procedimenti che riguardano le persone di età minore.

I civilisti puri si trovano spesso infatti spaesati nella logica dei procedimenti minorili, in cui quella meramente contrappositiva e volta al passato, tendente a stabilire “torti e ragioni” è distonica e perdente. La centralità dell’interesse del minore (cui l’Autore dedica un capitolo, significativamente collocato subito dopo quello dedicato al giusto processo e immediatamente prima di quello dedicato all’ascolto del minore), difatti, caratterizza una giurisdizione che mira a stabilire e ricomporre le relazioni tra soggetti in funzione della tutela prioritaria dei diritti di tale soggetto vulnerabile, primo fra tutti il suo diritto alla salute. Difatti, nel sistema costituzionale disegnato dagli artt. 2, 3, 30, 31 e 32, ciò che deve essere salvaguardato prioritariamente è il miglior sviluppo psico-fisico di quella persona di età minore che coincide con il suo best interest.

La giurisdizione che riguarda persone di età minore non è quindi una giurisdizione che guarda al passato (se non per chiarire il punto di partenza) ma è volta al futuro, alla ricostruzione di relazioni ponendo al centro del sistema i diritti dei minorenni rispetto ai quali quelli dei soggetti adulti sono recessivi. Ciò modifica sensibilmente, anzi rivoluziona l’approccio difensivo, che deve essere prima di tutto contenitivo delle istanze degli adulti incoerenti con il sistema: cioè quelle meramente contrappositive, rivendicative, rancorose o, ancor peggio, strumentalizzanti la persona di età minore nel conflitto genitoriale o tra adulti. Inoltre la funzione della difesa deve essere “promotiva” del cambiamento di posizione del soggetto adulto: dal centro della prospettiva, a una dimensione eccentrica ed ellittica; in terzo luogo deve essere collaborativa nella (ri)costruzione delle relazioni sempre nella prospettiva della tutela delle migliori condizioni di sviluppo psicofisico del soggetto adulto.

La riconversione della difesa nei procedimenti minorili non è ovviamente affrontata nel volume, né poteva esserlo. Tuttavia conducendo il lettore nella filosofia del sistema, ed evidenziandone le peculiarità anche nei più recenti approcci giurisprudenziali, tale prospettiva ne diviene un implicito corollario. Si pensi alla recente svolta della giurisprudenza in relazione al prevalere della tutela della continuità affettiva, relazionale e identitaria nelle azioni di stato, con il recedere prima del favor legitimitatis (che ha c ostituito per decenni una granitica pietra miliare) e poi anche del favor veritatis, in ragione del prioritario interesse del minorenne alla continuità delle relazioni affettive, ben messo in luce dall’autore nel capitolo dedicato alle azioni di stato.

Queste costituiscono una nuova sfida per la difesa, sia dei soggetti adulti sia dei figli minorenni come curatore speciale, anche in ragione delle nuove modalità di concepimento e di gestazione sempre più diffuse, che vanno ad intersecarsi con il turismo procreativo, con il mutato principio dell’ordine pubblico internazionale, con le nuove frontiere della scienza e dell’etica personale, talvolta veramente disorientanti.

Il tema è stato affrontato in diversi provvedimenti e da diverse Corti: tutti ricordiamo quando nel 2014 (sent. 24001/14) la Corte di Cassazione riconfermò la pronuncia di adottabilità di un minorenne nato da procreazione medicalmente assistita eterologa e gestazione per altri in uno stato estero in cui ciò è legittimo e possibile e dopo pochi mesi la Corte Europea dei diritti dell’uomo, nella prima sentenza Paradiso e Campanelli c. Italia (sentenza 27 gennaio 2015) condannò il nostro Paese ai sensi dell’art. 8 della Convenzione EDU per non aver rispettato la vita familiare di genitori che tali erano divenuti in forza di pratiche uguali in altro stato estero. Successivamente la Grande Camera della Corte EDU (sentenza 24 gennaio 2017) ha ribaltato il verdetto, affermando che non vi era stata violazione della vita privata e familiare dei committenti o genitori intenzionali. La Corte non si pronunciò però relativamente al bambino, in quanto non era Ricorrente. Mentre nei casi Menesson c. Francia e Labasee c. Francia (26 giugno 2014) aveva condannato questo Stato proprio per la violazione dell’art. 8 nei confronti del minorenne nato da gestazione per altri.

La nostra Corte Costituzionale, con sentenza n. 272 del 18 dicembre 2017, pur affermando che il favor veritatis è recessivo rispetto all’interesse del minore e quindi alla tutela dei legami affettivi se coerenti e funzionali al suo miglior sviluppo psico-fisico, ha sottolineato come, nei casi in cui la valutazione comparativa tra l’interesse alla verità e l’interesse del minore non venga effettuata direttamente dalla legge, tale valutazione -ben più complessa che vero o falso- incomba al giudice. Questi dovrà tenere conto, oltre alla durata del rapporto con il minore e, quindi, alla condizione identitaria già acquisita, anche le modalità del concepimento e la gestazione e la possibilità per il genitore sociale di stabilire, mediante l’adozione in casi particolari, un legame giuridico che garantisca al minore un’adeguata tutela.

Il giudice costituzionale ha quindi affermato che “Nella valutazione comparativa rimessa al giudice rientra anche la considerazione dell’elevato grado di disvalore che il nostro ordinamento riconnette alla surrogazione di maternità, che “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”.

La Consulta ha dichiarato quindi non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dall’Autorità rimettente (Corte d’Appello di Milano) sull’art. 263 c.c.

Ultimamente altre due pronunce arricchiscono un quadro difficile: si tratta del parere reso dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in data 10 aprile 2019 ai sensi del protocollo n. 16 e della sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 12193/2019 dell’8 maggio 2019. Tale ultima pronuncia, decidendo nel merito, ha dichiarato non trascrivibile in Italia l’atto di nascita formato all’estero di un minore nato da gestazione per altri, per quanto concerne la paternità del padre cd. intenzionale e non biologico. Tale riconoscimento trova ostacolo nel divieto di surrogazione di maternità di cui all’art. 12 della l. 40/2004 “qualificabile come principio di ordine pubblico, in quanto posto a tutela di valori fondamentali, quali la dignità umana della gestante e l’istituzione di tali valori”.

Peraltro le Sezioni unite non escludono la possibilità di conferire rilievo al rapporto genitoriale mediante il ricorso all’art. 44 lett. c) l. 184/1983 che definiscono norma di chiusura con l’adozione in casi particolari. Il che costituisce poi la conclusione anche della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel citato parere del 10 aprile: il rapporto del minorenne con il genitore intenzionale merita tutela, eventualmente mediante l’istituto dell’adozione.

Tuttavia dum Romae loquitur saguntum expugnatur: e in California si valicano frontiere impossibili con esperimenti disorientanti di genitorialità. E’ dei primi di aprile la notizia di una madre che si è fatta fecondare con il gamete di un figlio omosessuale per renderlo padre.

In questi casi di travalicamento di ogni frontiera, in altri meno sconvolgenti ma sempre più frequenti come l’impugnazione per difetto di veridicità da parte di ascendenti, di pronunce di decadenza dalla prova in materia di status (si può far dipendere dall’errore difensivo dell’avvocato di una parte che decade dalla prova, lo status personale di un minore?), è difficile tenere salde le mani sul timone con la bussola orientata al the best interest of the child.

E non sono solo questi i motivi. Il disorientamento della difesa, nei procedimenti minorili, proviene anche dalla peculiarità del sistema di tutela del soggetto vulnerabile, dai poteri officiosi dal giudice, dall’inserirsi di soggetti ignoti ai procedimenti civili tout court quali i servizi sociali, i cui compiti vengono ben delineati dall’Autore in un apposito capitolo, evidenziando anche la differenza –per quanto riguarda i compiti valutativi svolti dai servizi alla persona- con la CTU che garantisce il contraddittorio, mentre le relazioni dei servizi costituiscono una “prova bloccata”, che sacrifica certamente la difesa non solo dei soggetti adulti, come si tende a pensare. Anche se l’Autore non ne parla esplicitamente, si evidenzia nella descrizione dei compiti dei servizi nei procedimenti minorili (di segnalazione, valutativi, di sostegno e monitoraggio, esecutivi dei provvedimenti e poi spesso nuovamente valutativi) quel corto circuito interno che costituisce una delle criticità del sistema e che ha poi ricadute evidenti nelle prassi distorsive che hanno meritato all’Italia plurime condanne da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Vi è infatti una positiva e fisiologica differenziazione del sistema di giustizia a tutela delle persone di età minore, che suggerisce un peculiare esercizio della difesa, sintonico con la fisiologica peculiarità del sistema, e vi è poi una patologica differenziazione del sistema che conosce ancora troppo spesso derive inquisitorie, disattenzione ai diritti delle parti adulte e alle loro prospettive. E finisce così per contraddire il sistema stesso che consacra il diritto della persona di età minore alla famiglia e, principalmente, alla sua famiglia, che se fragile deve essere potenziata e sostenuta, non scartata. L’Autore ha una sensibilità particolare ai diritti di difesa, là dove sottolinea a proposito dei poteri di indagine del Pubblico Ministero minorile nella fase precedente al ricorso: non esistendo in tale fase il contraddittorio, l’istruzione che il PMM legittimamente può espletare è minima e volta ad accertare il fumus boni juris della segnalazione da parte dei servizi. Dopo di che, se tale fumus sussiste, il PMM promuove il procedimento con il suo ricorso.

Sempre nella prospettiva della difesa, l’Autore dedica in varie parti del suo libro attenzione al tema della rappresentanza processuale e della difesa tecnica della persona di età minore.

La figura del curatore speciale della persona di età minore ha conosciuto e sta conoscendo un’espansione progressiva, con attribuzione di compiti endo ed extraprocessuali. La maggiore sensibilità della giurisprudenza interna al conflitto di interessi con i genitori o comunque con i rappresentanti legali e la necessità di trovare una figura che potesse dare voce al soggetto processuale principale nei procedimenti minorili, senza che fosse soffocata da interessi e prospettive diverse e non coincidenti, ha comportato un ampliarsi della casistica in cui viene nominato.

Difatti un tempo confinato ad alcune azioni di stato e ai procedimenti di adottabilità, viene ormai nominato sempre più frequentemente nei procedimenti de potestate nonché nei procedimenti aventi ad oggetto affidamento e mantenimento di figli minorenni ad altissima conflittualità, e svolge svariati compiti, compreso quello di coordinamento genitoriale cui recenti riforme vorrebbero dare un’autonomia prevedendo una figura al di là –a mio modesto avviso- del dettato costituzionale e di cui non vi è affatto bisogno. Ma questa è un’altra storia e si vedrà se dovrà essere scritta, come non mi auguro, ritenendo la figura del coordinatore genitoriale al di fuori del dettato costituzionale.

Certo è che la lettura del volume di Claudio De Angelis rafforza la convinzione che si è giunti a un punto in cui la riforma ordinamentale e del rito in tema di persone, relazioni familiari e minorenni sia indifferibile. Troppi procedimenti, troppi giudici si occupano proprio delle situazioni di maggiore fragilità: necessario un unico giudice con competenza omnicomprensiva e un unico rito per concentrare le domande di giustizia che da tali situazioni promanano.